A Pozzuoli, la terra si muove da sempre. Ma di come si vive dentro questa condizione, quasi nessuno parla davvero.
C’è una cosa che ho capito col tempo: gli esseri umani si abituano a tutto. Con una velocità che a volte spaventa.
Chi vive ai Campi Flegrei lo sa meglio di chiunque altro. Il bradisismo non è un evento. È una condizione. La terra sale, scende, respira — e tu impari a leggerla dai dettagli: una banchina che non è più allo stesso livello, una scala che sembra diversa da come la ricordavi. I pescatori, quando ancora attraccavano alla Darsena, capivano il cambiamento dal modo in cui la barca toccava il molo. Un anziano guarda le colonne del Tempio di Serapide e fa il paragone con il 1983. Chi abita vicino alla Solfatara sente di notte se ci sono più o meno boati rispetto alla sera prima.
Sono segnali piccoli. Ma costruiscono una forma di conoscenza che non si trova nei libri.
E poi, lentamente, smette anche di essere raccontata. Perché spiegare a qualcuno che la terra si muove continuamente sotto casa tua è complicato. Della scossa forte si parla, sui social, in televisione — perché è un evento. Ma della condizione, quella no. Quando diventa quotidiana, si normalizza. E quello che si normalizza, sparisce dal racconto.

1983: quando ho inventato una parola
Quell’anno ho lasciato casa con la mia famiglia. Per circa un anno siamo stati a Villaggio Coppola, insieme a un’intera comunità di puteolani sfollati per la crisi bradisismica. Famiglie che aspettavano di rientrare nelle proprie case, in attesa che la terra si stabilizzasse — o almeno che qualcuno dicesse che era il momento di tornare.
In quel periodo lessi Dubliners di James Joyce. E ad ogni racconto, ad ogni epifania, facevo il paragone con la gente di Pozzuoli. Con quella comunità sospesa tra l’attesa e il ritorno. Con quel modo di stare al mondo che non riuscivo a spiegare altrimenti.
Da lì è nata la parola: Puteolaners.
Non l’ho usata subito. L’ho tenuta dentro per anni. Ma non l’ho dimenticata.
Una contraddizione costante
Pozzuoli non è solo un territorio particolare. È un posto dove esiste una contraddizione che non si risolve mai del tutto: tutto si muove, ma la vita delle persone sembra restare ferma, sospesa.
Ciclicamente, qualcuno dice che forse dovresti andare via. E tu, invece, resti.
Non per eroismo. Non per ostinazione. Perché è casa.
Conosco persone che non riescono a convivere con la paura di una scossa improvvisa — ed è umano, è comprensibile. Ma conosco anche tanti puteolani che restano, e che anche quando si allontanano, tornano. Perché restare a Pozzuoli non è una scelta che fai una volta sola. È una scelta che si rinnova continuamente, ad ogni scossa, ad ogni crisi, ad ogni sgombero.
Questo non passa attraverso la cronaca, né attraverso la divulgazione scientifica sul bradisismo nei Campi Flegrei. Entrambe sono necessarie — ma raccontano il fenomeno, non l’esperienza di viverci dentro.
Perché un podcast
Da qui è nata l’idea di Puteolaners — il podcast.
Ogni episodio parte da un luogo: il Rione Terra, la Solfatara, la Darsena, il Lago d’Averno, Montenuovo, l’Anfiteatro Flavio, il Tempio di Serapide. Ma non per descriverlo. Quel luogo diventa un punto di accesso — serve per raccontare una relazione. Quella tra le persone e un territorio che non è mai davvero stabile.
Puteolaners non è un progetto nostalgico. Non vuole raccontare “com’era prima”, perché un “prima” non esiste. È sempre stato così. E questa frase, noi ce la ripetiamo ogni giorno — inconsciamente.
Quello che provo a fare, episodio dopo episodio, è restituire uno sguardo. Quello di chi conosce questo territorio non dai libri, ma dal modo in cui la terra si muove sotto i piedi.
📻 Ascolta Puteolaners — il podcast sui luoghi e le persone dei Campi Flegrei. Ogni episodio è un luogo. Ogni luogo è una storia che non hai ancora sentito raccontare così. 👉 Ascolta il primo episodio



