“Vac’ ’ncopp’ ’a terra.”
È così che diciamo noi puteolani quando decidiamo di andare al Rione Terra. Non diciamo “vado al Rione”. Diciamo “salgo”. Perché il Rione non è sotto, è sopra. Sta su un promontorio che domina la città e il mare.
Da quassù si vede tutto: il porto, le barche che entrano nel golfo, Capri nei giorni limpidi, la penisola sorrentina, il Vesuvio. È sempre stato un punto di controllo e di privilegio. Non è un caso che i primi a costruirci siano stati i greci, poi i romani. Qui si respirava un’aria diversa. Qui si capiva cosa stava succedendo, prima degli altri.
Vivere al Rione Terra significava stare al centro. Le donne salivano dal porto per fare la spesa nelle botteghe, i bambini giocavano sulla terrazza affacciata sul mare, le voci rimbalzavano tra i vicoli stretti. Era un quartiere povero, ma vivo. Denso. Pieno.
Poi la terra ha ricominciato a muoversi.
Qui ai Campi Flegrei non è una metafora. Quando la terra sale, le case si inclinano, le crepe si allargano, la paura diventa quotidiana. Il Rione, che era il punto più alto, ha cominciato a diventare il più fragile.
Le scosse non hanno portato via subito le persone. I puteolani restano. Sono sempre restati. Anche quando nelle stanze vivevano cinque o sei persone insieme, anche quando i panni non si asciugavano mai per l’umidità, anche quando l’odore dei vicoli scendeva fino al porto prima ancora delle persone.
Poi, però, arrivò l’ordine.
Dissero che era per il bradisismo. Che era per la sicurezza. Un giorno arrivarono i militari e dissero che bisognava scendere. Questa volta non erano eserciti stranieri a salire sulla rocca. Erano soldati italiani venuti a svuotarla.
Lo sgombero durò pochi giorni. Le porte rimasero socchiuse, dentro piatti, bicchieri, oggetti lasciati in fretta. Le stanze si svuotarono in silenzio. La terra continuava a salire. Le persone, invece, scendevano.
Da allora il Rione Terra non è più stato lo stesso.
Oggi le facciate sono restaurate, i colori del tufo e del rosso pompeiano risaltano al sole, le scale sono pulite, le luci a Natale disegnano una collana sulla rocca. Dal mare è uno dei panorami più belli del golfo.
Ma non è abitato.
È visitabile, viene fotografato. Ma non vissuto. Non è più un quartiere, è un simbolo.
Pozzuoli ha una rocca sopra la testa e un vuoto dentro.
Saliamo ancora ’ncopp’ ’a terra, ma non sappiamo più come starci. Non sappiamo più come abitarla. Le stratificazioni di una civiltà millenaria sono lì, sotto i nostri piedi, ma non fanno più parte della nostra quotidianità.
È un luogo sospeso.
E forse racconta qualcosa di noi.
Perché qui la terra si muove continuamente, ma il Rione resta fermo. E con lui resta ferma una parte della città.
’Ncopp’ ’a terra la rocca è immobile.
E Pozzuoli aspetta.




3 risposte
nel 1970 sono nata e come memoriale conservo gelosamente una foto di donne incinte che furono evacuate, ed ho saputo che all’ epoca furono gli scout a raccogliere le testimonianze.
Il sindaco di Pozzuoli dovrebbe istutuire il GIORNO DELLA MEMORIA PUTEOLANA
NONSIAMO STATI EVACUATE SIAMO STATI DEPORTATI IO SONO UNO DI QUELLI
SAVINO VINCENZO
Ciao Vincenzo, mi farebbe piacere ascoltare la tua storia, se ti va mi puoi scrivere a info@pozzuolionline.com