Sulle Scale del Purgatorio, in una sera di settembre del 2025, Pozzuoli si è accesa di musica, parole e immagini. È qui, tra le Rampe Raffaello Causa, lo Spazio M’Arte e la Chiesa della Purificazione, che è nato Ardens Festival, la prima edizione di una manifestazione che ha scelto di raccontare il territorio flegreo senza passare né dall’archeologia né dall’emergenza, ma da ciò che accade oggi, nel presente di chi questo territorio lo abita ogni giorno.
Dietro Ardens Festival c’è FUCO – Fucina Contemporanea, associazione culturale nata a Pisa nel 2018 perchè Chiara Capuano desiderava di aprire uno spazio di confronto sull’arte contemporanea. Un percorso che, arrivato nei Campi Flegrei, si è trasformato profondamente, incontrando la direzione artistica di Roberta Buono e intrecciandosi con l’identità di un territorio che parla attraverso tanti linguaggi.
Ho incontrato Chiara per farmi raccontare come è nato Ardens Festival, cosa ha significato portare per la prima volta il tema del bradisismo dentro una cornice culturale e non emergenziale, e dove vuole arrivare, nei prossimi anni, questo fuoco che, come dice il nome stesso del festival, trasforma senza consumare.

Da Pisa ai Campi Flegrei: la nascita di FUCO
FUCO Fucina Contemporanea nasce a Pisa come collettivo di giovani operatori culturali specializzati in storia dell’arte, critica, comunicazione e arti visive, con l’obiettivo dichiarato di scardinare l’idea di un’arte riservata agli addetti ai lavori. Ma è il ritorno a casa, a Pozzuoli, nei Campi Flegrei a cambiare radicalmente il modo di lavorare dell’associazione, come racconta la stessa Capuano:
«FUCO nasce a Pisa dall’esigenza di creare uno spazio di confronto intorno all’arte contemporanea. All’inizio lavoravamo soprattutto sulla possibilità di avvicinare le persone ai linguaggi artistici attraverso incontri, mostre e momenti di approfondimento. L’arrivo nei Campi Flegrei ha modificato profondamente il nostro approccio. Qui il territorio entra inevitabilmente dentro ogni progetto. La geologia, la memoria, le trasformazioni urbane e il rapporto degli abitanti con i luoghi diventano parte integrante del lavoro culturale.»
Un cambiamento che non riguarda solo i temi trattati, ma il metodo stesso di lavoro: «Abbiamo sentito l’esigenza di partire maggiormente dall’ascolto e di costruire progetti capaci di dialogare con la comunità», racconta Chiara. «Anche il ruolo dell’arte è cambiato. È diventata uno strumento attraverso cui leggere il territorio, far emergere domande e creare connessioni.»
È un percorso che intreccia anche una scelta personale. Capuano e Buono sono infatti tornate a Pozzuoli dopo essere state altrove, e questo ritorno ha una parte importante nella genesi del progetto: «Pozzuoli è il luogo da cui siamo partite e al quale, in momenti diversi, abbiamo scelto di ritornare. Andare via ci ha permesso di guardarla da una distanza nuova. Quando vivi sempre nello stesso posto rischi di abituarti alla sua bellezza, alle sue contraddizioni e perfino alle sue ferite.» Una distanza che, lontano dal raffreddare il legame con la città, lo ha reso più consapevole: «Tornare non significa semplicemente riprendere il posto che si era lasciato. Significa interrogarsi sul contributo che si può offrire e sul tipo di relazione che si vuole costruire con la propria città.»

Ardens Festival: uno spazio che mancava
Alla domanda su cosa avesse convinto FUCO che i Campi Flegrei avessero bisogno di un progetto come Ardens Festival, Capuano riformula la questione: «Più che pensare che il territorio avesse bisogno di Ardens, abbiamo percepito il bisogno di creare uno spazio nuovo. Mancava un luogo in cui parlare dei Campi Flegrei attraverso linguaggi differenti, lasciando convivere ricerca artistica, memoria e partecipazione.»
Un vuoto che non era di iniziative, ma di connessioni: «In questo territorio esistono molte associazioni, artisti e operatori culturali che svolgono un lavoro importante. Spesso, però, queste energie procedono separatamente. Ardens è nato anche dal desiderio di farle incontrare e di costruire un racconto collettivo.» Non a caso, la prima edizione ha visto al fianco di FUCO realtà come FAI, Tabularasa APS, Visit Campi Flegrei, Aporéma Onlus, Arte nei Campi Flegrei, Bollettino Flegreo, Abbasc u Mare.

Il fuoco che non consuma: il nome e la visione
Il nome Ardens Festival non è un dettaglio decorativo, ma la chiave di lettura di tutto il progetto. Lo spiega Capuano: «Il nome Ardens contiene l’idea di qualcosa che arde, che rimane vivo e che produce trasformazione. È un’immagine strettamente legata ai Campi Flegrei, un territorio in cui il calore e il movimento della terra rappresentano una presenza reale, percepibile e quotidiana.»
Ma il fuoco di Ardens Festival non è solo geologico: «Questo fuoco, però, per noi ha anche un significato umano. È l’energia delle persone che continuano a costruire, immaginare e creare in un luogo attraversato da cambiamenti continui. Il bradisismo ci ricorda che il territorio su cui viviamo è in movimento. Ardens prova a partire da questa condizione per interrogarsi su come anche una comunità possa trasformarsi.»
La prima edizione ha tradotto questa visione in un percorso in due tempi. Il sabato, dedicato al territorio, al bradisismo e alla memoria collettiva; la domenica, alla rinascita delle figure marginali, con un omaggio a Maria la Puteolana. «Le due giornate erano collegate: prima la terra e poi i corpi che la abitano», racconta Capuano. «Il territorio non esiste come concetto astratto. Esiste attraverso le esperienze, le memorie e le persone che ogni giorno gli attribuiscono un significato.»

Il bradisismo raccontato senza il linguaggio dell’emergenza
Uno dei nodi più delicati di Ardens Festival è proprio la scelta di affrontare il bradisismo fuori dalla cornice dell’emergenza, senza però negare la paura reale di chi vive il territorio. Capuano è netta su questo punto: «La paura delle persone è reale e deve essere rispettata. Noi stesse viviamo questo territorio e conosciamo la sensazione di incertezza generata dalle scosse, dalle informazioni continue e dalla difficoltà di immaginare ciò che potrebbe accadere.»
«Il festival non voleva fornire rassicurazioni né sostituirsi alle istituzioni scientifiche. Il nostro compito era creare uno spazio in cui quella paura potesse essere condivisa, raccontata e osservata attraverso prospettive diverse. Per questo abbiamo coinvolto competenze scientifiche, testimonianze, artisti e momenti di confronto.» E aggiunge: «La cultura può offrire parole e immagini quando il linguaggio tecnico, pur necessario, non riesce a esprimere pienamente ciò che una comunità prova.»
Una convinzione che si allarga anche al modo in cui Pozzuoli viene percepita da fuori: «Pozzuoli viene spesso raccontata attraverso immagini molto precise: l’archeologia, il mare, il bradisismo e le emergenze. Sono elementi reali e importanti, però non esauriscono la complessità della città. Esiste una comunità contemporanea che produce arte, ricerca e nuove forme di partecipazione. Attraverso Ardens vogliamo contribuire a rendere visibile questa dimensione.»
Un festival dal basso: la rete e la fiducia
Ardens Festival è interamente autoprodotto e autofinanziato, una scelta che ha reso necessario costruire fiducia tra realtà diverse senza la mediazione di uno sponsor. «La fiducia si costruisce attraverso la chiarezza e il lavoro condiviso», spiega Chiara. «Ardens è nato grazie a persone e associazioni che hanno creduto nel progetto prima ancora di poterne vedere il risultato.»
Fare un festival “dal basso”, aggiunge, significa occuparsi in prima persona di ogni aspetto organizzativo, dal programma alle autorizzazioni, dalla comunicazione all’accoglienza degli artisti: «Comporta una grande fatica organizzativa e rende difficile programmare nel lungo periodo. Allo stesso tempo, fare un festival dal basso permette di mantenere un rapporto diretto con il territorio. Ardens nasce dalle relazioni locali e dalla conoscenza dei luoghi. La sua libertà progettuale deriva anche da questa origine indipendente.»

Oltre il festival: Palazzo Toledo e la mostra su Guido Giannini
L’attività di FUCO non si esaurisce nei due giorni di Ardens Festival. Dopo la prima edizione, il 4 ottobre 2025, l’associazione ha organizzato il dopofestival a Palazzo Toledo, spazio rimasto sostanzialmente inattivo dal punto di vista degli eventi dopo il Covid. «Volevamo richiamare l’attenzione su un luogo sottovalutato e progressivamente ridimensionato rispetto al ruolo culturale che potrebbe avere per la città», racconta Capuano, che si dice soddisfatta nel vedere come, in seguito, «Palazzo Toledo sia stato in parte riattivato», pur ritenendo il percorso ancora incompleto.
Un approccio che si ritrova anche nella mostra fotografica “Guido Giannini, Un’Antologica”, curata da FUCO insieme a ENART Cantiere Teatrale Flegreo nel Percorso Archeologico del Rione Terra, in collaborazione con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei. «Io e Ylenia Lessoni, che ha curato con me il progetto, abbiamo lavorato e insistito a lungo affinché ci venisse concesso proprio quello spazio», racconta Capuano. «Il percorso archeologico è chiuso da troppo tempo e ci sembrava importante compiere un gesto concreto: riaprirlo, anche temporaneamente, restituirlo alle persone.»
Due episodi diversi, ma uniti dalla stessa filosofia: riattivare spazi dimenticati o sottoutilizzati attraverso la cultura, dimostrando che possono tornare a essere vissuti.

Il futuro: una seconda edizione dedicata all’instabilità
Il lavoro di FUCO guarda già oltre. «Stiamo lavorando alla seconda edizione di Ardens, dedicata al tema dell’instabilità», anticipa Capuano. «Vogliamo ampliare lo sguardo e mettere in relazione i Campi Flegrei con altri territori italiani segnati da fenomeni geotermici, vulcanici o da condizioni di fragilità simili.»
Guardando a cinque anni da qui, la visione si fa ancora più ampia: un Ardens Festival «riconoscibile anche fuori dai Campi Flegrei, capace di portare a Pozzuoli artisti, ricercatori e comunità provenienti da altri territori», diffuso in più zone della città, «quartieri periferici e aree meno conosciute o poco valorizzate», e strutturato su almeno cinque giornate di programmazione multidisciplinare.
A chi è andato via, e a chi resta
Chiudiamo l’intervista con la domanda che, forse, riassume il senso più profondo di Ardens Festival: cosa direbbe Chiara Capuano a chi, come lei in passato, ha lasciato Pozzuoli e non sa se questo territorio abbia ancora qualcosa da offrire?
«Diremmo che allontanarsi può essere necessario e che tornare non deve essere vissuto come un obbligo», risponde. «Pozzuoli ha ancora molto da offrire, soprattutto a chi è disposto a guardarla oltre le immagini più immediate. È una città difficile, attraversata da problemi reali, però conserva un’energia particolare. Qui esiste ancora la possibilità di incidere, proporre idee e costruire spazi che prima non c’erano.»
E a chi è già andato via: «Diremmo di tornare almeno per osservare la città con occhi nuovi. Potrebbe scoprire che il legame con questo territorio non è rimasto fermo nel tempo. Può trasformarsi, come la terra su cui viviamo, e diventare qualcosa di diverso: un progetto, una scelta o semplicemente un nuovo modo di sentirsi parte di un luogo.»
Un fuoco, appunto, che non consuma. Che trasforma.
Ardens Festival è un progetto dell’associazione FUCO – Fucina Contemporanea, ideato e diretto da Chiara Capuano e Roberta Buono, con il patrocinio morale del Comune di Pozzuoli. La prima edizione si è svolta il 20 e 21 settembre 2025 alle Scale del Purgatorio, allo Spazio M’Arte e nella Chiesa della Purificazione.




