MARINO ROLFO, L’UOMO SOPRAVVISSUTO ALLA SCOSSA DEL 31 LUGLIO A POZZUOLI

marino_rolfo

Nel parcheggio di un palazzo ai piedi del costone, a Pozzuoli, c’è una Panda alta venti centimetri. Accanto, un masso più grande di una stanza poggia sul tetto dell’auto di un vicino. A destra e a sinistra, altri massi da quintali, ancora lì.

Sono ciò che resta di una sera: venerdì 31 luglio, le 19.46, la scossa di magnitudo 4.7, la più forte registrata ai Campi Flegrei negli ultimi quarant’anni. Quella Panda era di Marino Rolfo. Lui era lì, in piedi accanto all’auto, a un passo dal parcheggio, quando la montagna è venuta giù.

L’immagine di quel crollo è diventata una delle immagini-simbolo della scossa del 31 luglio a Pozzuoli. «Perfino da New York mi hanno chiamato», racconta Marino, «perché quell’immagine è diventata iconica: il terremoto del 31 luglio è il mio palazzo». Eppure di chi si trovava là sotto si è parlato poco. Lo abbiamo incontrato, insieme a sua moglie Rossella, per farci raccontare tutto dall’inizio.

MARINO ROLFO, L’UOMO SOPRAVVISSUTO ALLA SCOSSA DEL 31 LUGLIO A POZZUOLI

40 metri…

Il giorno dopo, sabato 1 agosto, la famiglia sarebbe partita per Acciaroli, dove quest’anno avevano preso casa per le vacanze dopo anni di Procida. Marino aveva venduto la barca due anni prima; fino ad allora, uscito dal lavoro, faceva in tempo a prendere lo scooter e a imbarcarsi per l’isola. Questa volta la televisione aveva annunciato code e caos sulle strade: meglio partire alle sei del mattino. E quindi, la sera prima, si caricava la macchina «col fresco».

La Panda era parcheggiata ai margini del cortile, dove c’era ombra. Sul tetto andavano il tappeto e il passeggino della nipotina, per non ingombrare l’abitacolo; dentro, due valigie e i giochi dei piccoli. Marino era fuori dall’auto, intento a passare gli elastici per fissare il passeggino.

«Io un’accelerazione così non l’ho mai sentita», dice della scossa. Sopra il palazzo, da due anni, c’erano due massi rimasti in bilico, che non erano mai caduti, fino a quel giorno. «Sono quei ragionamenti rapidissimi, di frazioni di secondo: ho pensato al terremoto, ho guardato i due massi e ho detto: mo cadono. E infatti sono caduti tutti e due.»

Poi, la montagna. «È come se dentro la montagna fosse esplosa una tonnellata di tritolo. Mi è venuta proprio addosso.» Solo quaranta metri che separavano lui da quella montagna.

Il silenzio, e una voce

Marino si gira e corre. Cade, vicino a un cordolo. Poi la nube: «Non vedevo niente da qui a lì ». E dopo l’onda, «un silenzio tombale».

È in quel silenzio che sente una voce: «Ho cominciato a sentire la voce di mio figlio che mi cercava». Alessandro era di fronte a lui, con le spalle alla montagna: è scappato dall’altra parte e si è steso su un cordolo. Non si è fatto niente. Non vede nulla, nella polvere, ma cerca suo padre.

Marino non ha mai perso i sensi. Non riesce a parlare, perché il respiro non c’è. «Io ero in bermuda. Vede questa gamba e comincia a tirare. Mi tira la gamba e mi dice: come va. Ce la fai ad alzarti? Io provo e gli dico: sì, ce la faccio.»

Alessandro lo tira su. Camminano così: il figlio all’indietro, il padre in avanti, a passi piccoli. «La respirazione era proprio un rantolo.» Percorrono cinque metri fino al cancello.

Un’auto di passaggio

Al cancello, Marino è bianco di polvere dalla testa ai piedi. Passa un’auto, si ferma. Alla guida c’è un uomo, Tobia, che capisce al volo: questo signore deve andare subito in ospedale, perché non respira. Lo caricano. Rossella, che nel frattempo era scesa da casa perché dal telefono non riusciva a raggiungerlo, lo vede e sale dall’altro lato. La figlia, con la bambina di due anni in braccio, fugge verso il lungomare.

L’autista inverte la marcia in un attimo. Dai sedili qualcuno passa uno straccio bagnato, una maglietta, per togliere la terra dal naso e dalla bocca. A ogni dosso del percorso, Marino sente di nuovo tutto. Rossella capisce che Tobia è proprio l’angelo che ha salvato la vita a Marino: « Era mancata la luce, non c’era linea telefonica, quindi non avremmo potuto chiamare nemmeno l’ambulanza». Senza quell’auto, dice, i soccorsi sarebbero arrivati troppo tardi.

In ospedale lo accolgono in codice rosso. Un versamento ai polmoni, circa quattrocento grammi di sangue, poi drenato; l’aria forzata, il reparto di chirurgia generale, undici o dodici giorni di degenza. «Devo dire che non mi sono mai preoccupato di perdere la vita. Non respiravo, però questa mancanza di respiro era tollerabile: capivo che ce la potevo fare.»

Alessandro, intanto, arriva al pronto soccorso con il casco ancora in testa, la faccia segnata dalla caduta. Lo mettono accanto al padre perché veda che è vivo: non ci credeva. Rossella racconta la frase che il figlio le ha detto solo una settimana prima di questa intervista: «Mamma, ora te lo posso dire: io ho pensato che papà non ce la facesse».

«Se si spostava di dieci centimetri…»

Una delle prime uscite, quando Marino ha ricominciato a camminare, è stata per andare a vedere il costone da fuori. «Un’apocalisse», dice. «Sembrava un’esplosione.» Un nipote, che ha voluto vedere di persona, ha parlato di un’ecatombe.

È lì che Marino ha capito. «Io stavo qua: se si spostava di dieci centimetri, a me non mi trovavano più.» A destra e a sinistra di lui e di suo figlio, spiega, i massi da quintali sono rimasti dov’erano caduti, lasciando una specie di corridoio. «Loro sono stati due miracolati, veramente.»

La casa che regge, e che non si può abitare

La casa è a due passi dal mare. «L’acqua davanti casa, ti sembra di stare in Sardegna», dice Marino, che a mare va da cinquant’anni e che quell’appartamento, tra barche, scooter e spiaggia, l’aveva vissuto soprattutto da fuori, fino all’ultima estate. Il palazzo è in tufo, tre piani, ristrutturato nel 2018. Sorprendentemente, non ha una crepa: un ingegnere strutturista, raccontano, ha detto loro che reggerebbe anche una scossa di forza sei o sette.

Eppure sono sfollati, perché ad essere pericolosa è la montagna. Possono rientrare soltanto accompagnati dai Vigili del Fuoco, stanza per stanza, per prendere abiti e medicine. Con il cambio di stagione, dicono, diventa più difficile: molte cose stanno nei ripiani alti, e le scale non vengono viste di buon occhio. Per la Protezione civile hanno parole di apprezzamento: rispondono sempre, e richiamano.

Hanno passato un mese ai Colli Aminei, in casa di un parente. Marino non riusciva a muoversi: dal divano seduto al divano steso. Oggi vivono in una casa piccola, prestata da amici.

«Non ho visto un’autorità»

Un rammarico, per Marino, pesa più degli altri. «Il sindaco non è venuto. Per l’unico ferito di Pozzuoli, nel codice rosso in ospedale, non ho visto un’autorità a venirmi a dire: lei come sta.» Rossella allarga lo sguardo alla città: sconforto per la mancanza di organizzazione del Comune, per le persone lasciate giorni e giorni in condizioni di disagio. «La gente reagisce per conto proprio, non perché qualcuno l’abbia aiutata.»

Poi la domanda sulla prevenzione, posta senza certezze. Secondo alcune ricostruzioni, i residenti avevano segnalato da oltre un anno la pericolosità di quel costone. Rossella non dà risposte definitive: «Probabilmente, se le amministrazioni avessero fatto quello che in teoria dovevano fare… non lo so. La rabbia c’è. Rabbia e tristezza contemporaneamente.»

Marino, che ha lavorato a lungo al Ministero dello Sviluppo Economico, sposta il discorso sul futuro della città: Pozzuoli, dice, è a pezzi, e serve un’amministrazione capace di portare imprenditori e investimenti, perché «se porti uno, seguono in tanti».

Restare o andare

Prima della scossa, racconta Marino, i suoi amici gli chiedevano come mai non andasse via dal vulcano. Lui rispondeva con un fatalismo da napoletano. Adesso la domanda ha un altro peso.

«Noi il vulcano ce l’abbiamo sotto: i tempi possono essere tempi geologici, duemila anni, duecento anni, due giorni, due minuti, nessuno lo sa.» Ma se la montagna venisse messa in sicurezza, ragiona, resterebbe solo il rischio vulcanico, quello che a Pozzuoli non si è mai messo in conto. E poi i dubbi lo assalgono: «Chi mi acquista una casa, sapendo quello che è successo?»

Rossella ha un desiderio chiaro, che c’era già prima: Torino, dove vive la figlia con la nipotina. «Io senza mia figlia sto male. Per me Pozzuoli è casa, lo so benissimo, però il legame con lei è troppo forte.» Non sarà una scelta immediata: «Faremo delle scelte un domani. Magari ci riserveremo un appoggio qui.» Marino non è sicuro. Il figlio ama il mare e lavora in mare. E poi lui: ci sono ancora due anni e mezzo di lavoro prima della pensione.

Nel mezzo, ci sono stati gesti che non si aspettavano. Il proprietario della casa prenotata ad Acciaroli, vedendo le immagini del crollo, ha restituito i cinquecento euro già versati, chiamando per tre giorni di fila perché non li rifiutassero. «Esiste un’umanità nascosta.» Un collega di Rossella, che conosceva appena, l’ha abbracciata commosso quando ha saputo. «La gioia di esserci», dice lei. Accanto alla rabbia.

A fine intervista, Marino lascia un invito. I massi, a destra e a sinistra di dove si trovava lui, sono ancora là. «Li vedrete, se fate le foto», dice. «Perché sono ancora là.»

MARINO ROLFO, L’UOMO SOPRAVVISSUTO ALLA SCOSSA DEL 31 LUGLIO A POZZUOLI

4 risposte

  1. Bisogna lottare , se possibile andare anche in programmi televisivi , per denunciare l’incuria di non aver messo la montagna in sicurezza , cosa che era prevista da tempo . Poteva morire Marino ed anche il figlio . Chi è il responsabile, oltre ad elementi sismici che si verificano da tempo .

  2. Avevo già avuto notizie di Marino, che conosco da una vita, e family miracolosamente sopravvissuti alla terribile scossa di fine luglio, ma questa intervista è perfetta per poter capire sia la dinamica che gli stati d’animo di questa famiglia… auguro
    loro di trovare presto una sistemazione che dia loro la serenita’ che meritano…
    Un abbraccio a tutti loro sperando di incontrare presto Marino …

  3. Un forte abbraccio da Oslo…Se vuoi venire qui c’é il mare (fjordi bellissimi) e non c’é il vulcano…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Stefania Gentile De Fraia

Racconto del territorio flegreo attraverso i miei occhi, dal punto di vista di chi questi luoghi li conosce da sempre. Sono una Local Blogger

ULTIMI ARTICOLI
CATEGORIE
NEWSLETTER
La tua iscrizione non può essere convalidata.
La tua iscrizione è avvenuta correttamente.

Newsletter

Abbonati alla mia newsletter e resta aggiornato.

PUBBLICITÀ